La fiera di Soróčynci

di Nikolàj Gógol'

Bruno Osimo · 2026

Descrizione

«Quanto è inebriante, quanto è lussureggiante un giorno d'estate in Ucraina!»
Così si apre uno dei racconti più celebri e amati di Nikolàj Gógol', pubblicato per la prima volta nel 1831 nel primo volume di Le serate in un hùtir vicino a Dykanka. Un capolavoro della letteratura russa che intreccia realismo e fantasia, vita quotidiana e superstizione, comicità e poesia.
Alla fiera di Soróčynci, tra carri di grano, padiglioni di tela, mercanti e zigani, si intrecciano le storie di Čerevìk, un contadino goffo e impaurito, della sua bella figlia Paraska, della perfida matrigna Hivrâ, e del giovane Gryc'ko, determinato a conquistare la ragazza nonostante tutti gli ostacoli. Ma la fiera è anche il regno del diavolo: circola la voce di una misteriosa svitka rossa che appare ogni anno, portando scompiglio e terrore.
Tra buffi equivoci, apparizioni diaboliche, fughe notturne e un lieto fine che è anche una riflessione malinconica sulla fugacità della gioia, Gógol' ci regala un affresco indimenticabile della vita ucraina, fatto di personaggi indimenticabili, dialoghi esilaranti e descrizioni di una bellezza senza tempo.
Questa edizione filologica conserva intatta la commistione linguistica dell'originale: tutte le parole ucraine — che Gógol' usò per dare autenticità e colore alla narrazione — sono state mantenute e traslitterate, e spiegate in nota alla prima occorrenza. Un modo per avvicinarsi al testo come mai prima d'ora, sentendo il sapore autentico della lingua e della cultura che hanno ispirato il giovane Gógol'.
Un piccolo gioiello della letteratura mondiale, ora in una traduzione che ne restituisce tutta la ricchezza e la profondità.
«Non è forse così che la gioia, ospite bellissima e incostante, vola via da noi, e invano un suono solitario pensa di esprimere allegria?»
Questo racconto è stato pubblicato per la prima volta nel 1831 nel primo volume di Le serate in un hutir vicino a Dykanka, una raccolta di racconti. Il manoscritto è composto da quattro fogli separati di carta grigia (sedici pagine) interamente scritti a mano con inchiostro. Il titolo e la data in fondo al testo («1829») sono indicati a matita da una mano estranea. In ogni capitolo della novella, scritta perlopiù in russo, c’è un’epigrafe in ucraino, che abbiamo lasciato in originale e abbiamo tradotto in nota. Questa traduzione filologica si pone l’obiettivo di lasciar trasparire, anche alle lettrici e ai lettori italiani, la commistione di parole ucraine e di parole russe nella narrazione. Tutte le parole ucraine non sono state perciò tradotte, ma solo traslitterate, e spiegate in nota alla prima occorrenza. Come si vedrà, ci sono quasi settanta note. Il racconto è un piccolo gioiello. Credo che pubblicarlo in modo autonomo (separato dagli altri racconti con cui spesso è associato dagli editori) possa servire a valorizzarlo. Potrebbe essere definito una poesia esistenziale, perché affronta il tema del senso della vita attraverso la quotidianità di personaggi che popolano l’infanzia di Gógol’ stesso, nel luogo stesso in cui è nato il 31 marzo 1809, 23 anni prima. Il modo in cui descrive superstizioni, apparizioni del diavolo, sconvolgimenti della vita di queste persone ignoranti in modo sconcertante è affettuoso e spietato nello stesso tempo.

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